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Matteo, 22

 

Sono nato a Sassari il primo dicembre del 1996. In famiglia siamo in quattro: mia madre, babbo e mia sorella che ha quattro anni più di me. Si è appena laureata. Ho un bel rapporto con la mia famiglia, ho i loro nomi tatuati sulle costole, ed ho un forte legame soprattutto con mia sorella. Sin da piccoli, siamo stati sempre una coppia, fra “pestaggi” vari e altre cose che sono successe ci siamo ammaccati, causandoci le prime cicatrici. Continuando, sono andato alle scuole elementari e già da lì ho capito che mi sarei iscritto alla scuola alberghiera, un desiderio che è cresciuto durante le scuole medie. Mi sono iscritto all'istituto alberghiero impegnandomi molto e migliorando sempre, anche perché ero veramente una frana in tutte le materie. Non sono stato indirizzato da nessuno, mi piaceva molto quando mia madre cucinava e le davo sempre una mano, le basi le ho imparate lì. Alle superiori ero molto sovrappeso, sono arrivato a pesare oltre ottanta chili e ciò mi ha causato dei problemi al cuore, portando i medici a consigliarmi fortemente dell'attività fisica. Mio padre, che faceva ciclismo da tantissimo tempo e continua tuttora, mi ha avvicinato al mondo delle corse. Un bel giorno, siamo andati a vedere una gara a Cossoine e un signore, vedendomi girare lì attorno su una bicicletta tutta arrugginita, mi ha detto: “Se io domani ti porto una bici da ciclismo, casco, pantaloncini e maglietta, tu mi prometti che inizi ad andare in bici?”. Dopo la gara l'ho visto parlare con mio padre ed il giorno dopo, si è presentato a casa con tutto l'occorrente. Alla fine ho scoperto che me le aveva proprio regalate. Da lì ho iniziato ad uscire in bici. Mi ricordo la prima uscita, siamo partiti da Porto Torres con mio padre arrivando sino ai semafori di Platamona e, essendo lui molto allenato, mi metteva “a ruota” continuando ad aumentare il passo. Io avevo così tanta voglia di stare a presso e di non fare brutte figure, che sono arrivato sino alla rotatoria successiva e mi sono sentito male: ho lasciato la bicicletta ed ho iniziato a vomitare. Lui mi ha chiesto perché non gli avessi detto prima di smettere di accelerare ed io gli ho risposto che volevo stargli dietro. Abbiamo impiegato quasi due ore per tornare a casa e da quel momento ho iniziato ad allenarmi, a mangiare meglio e a prendere il ciclismo come una cosa seria. Dopo i risultati ottenuti nelle categorie Juniores, tra cui il campionato regionale, ho cercato attacchi per entrare in una squadra della penisola, dove poi sono arrivato diventando semiprofessionista. Sono andato per un po' sul posto un anno prima e già si sentiva che l'ambiente era tosto, che dovevi fare la vita da corridore. Sono tornato l'anno successivo, dopo la maturità, e pesavo sessantaquattro chili. Mi dicono che il peso è troppo e mi crolla il mondo addosso, dato che ero stato in una condizione peggiore in precedenza. Mi sono impegnato per dimagrire e tra marzo e luglio di quell'anno ho perso nove chili, ottenendo i primi risultati e potendo dare una mano alla squadra. Sono state le prime soddisfazioni, ho migliorato molto il mio tempo in salita e sono riuscito ad arrivare a cinquantuno chili per un metro e settantadue, davvero il traguardo che mi ha caratterizzato di più in quella stagione. Devi sacrificarti davvero tanto perché lì la vita è dura, non puoi uscire di casa, devi mangiare certe cose a quelle ore, devi prendere degli integratori, a letto alle nove e poi sei ore di bici, anche sette. Una vita impegnativa. Faccio tutta la stagione agonistica e succede che ho una brutta caduta tre gare prima di tornare a casa. La gamba sinistra ha subito il colpo più forte. Subito dopo, mi sono alzato rapidamente per partire, la bici aveva il telaio spezzato, salgo lo stesso e dopo un po' sento come se qualcuno mi stesse versando un bicchiere d'acqua sulla gamba. Faccio duecento metri senza guardare la gamba per non impressionarmi, sentendo il sangue gocciolare. Ho deciso di dare un primo sguardo alla ferita e mi si è annodata la gola: ho visto la pelle fuori, della fibra muscolare e una cosa bianca. Non sono più riuscito a muovermi, mi sono fermato e ho capito che c'era un problema. Il casco era sfondato, aperto da parte a parte e quindi ho deciso di raggiungere l'ammiraglia che non era molto lontano. Arrivato, appoggio la bici e sento di essere un po' spaventato dato che la mano destra si stava gonfiando ma non sentivo dolore per via dell'adrenalina. Mi fanno salire sull'ambulanza che mi porta in ospedale per fare degli accertamenti. La gara era alle quattro ed io sono entrato ospedale attorno alle sei e mezzo ma, dopo un'ora, mi avevano solo medicato e non avevo ancora fatto le analisi. In quel momento è entrata la mia squadra che mi ha consegnato la sacca come dettogli dal Direttore Sportivo e dicendomi che se ero pronto potevo salire in furgone per tornare con loro altrimenti sarei rimasto in ospedale. A quattrocento chilometri da dove dovevo andare, finisco gli esami all'una di notte e vengo dimesso. Ho chiamato la squadra ma mi hanno risposto che non sarebbero venuti a prendermi, così mi sono detto: “Mattè, inizia a camminare.” ed ho cominciato a girare per Tortona con addosso gli abiti da ciclista, alla ricerca di un Banco Posta. La mia fortuna è che quella sia stata l'unica gara in cui mi sono portato dietro il borsellino, così ho prelevato e sono andato a cercare la stazione. Un passante ubriaco mi manda da un'altra parte sino a quando, intorno alle tre e mezzo, ho trovato una pattuglia che mi ha indicato la via. Arrivo alla stazione e scopro che il treno che dovevo prendere, prima di portarmi a destinazione, passava per Milano e Bergamo. Ho aspettato il treno che è partito alle cinque e mezza. Avevo freddo, mi è venuta la febbre e ho vomitato in stazione. Arrivo finalmente a Milano nella stazione centrale piena di persone, bendato, con ancora il numero sulla schiena ed il borsone in spalla. Prendo il treno per Bergamo e una volta arrivato dovevo fare ancora vari chilometri a piedi per raggiungere il ritiro. Arrivato alla casa, vuota perché tutti erano partiti per la Toscana e ho avuto un altro attacco di vomito perché stavo veramente male. Ho deciso che sarei tornato a casa il giorno dopo ed al mattino ho litigato con il Direttore Sportivo, che insisteva nel dire che io non fossi un uomo. Grazie ad un mio compagno di squadra che è uscito di nascosto per accompagnarmi a fare i biglietti lasciandomi poi la sua macchina per dormirci la notte. Il mio compagno di squadra è poi uscito di nuovo e mi ha accompagnato all'aeroporto. Mi ha salvato, gli devo veramente un favore. Quando sono tornato a casa l'unico pensiero era che fosse finito veramente tutto, finire così male nella seconda squadra d'Italia mi rodeva un casino. Ho iniziato a cercare lavoro dopo tre mesi a letto perché la gamba faceva schifo, mi premeva farlo perché non volevo pesare sui miei genitori. Ho trovato Antonio ed ho lavorato assieme a lui un paio di mesi, proseguendo poi nella stessa azienda per pochissimo tempo. In seguito, ho consegnato pizze per un po', facendomi anche insegnare a farle perché il mio vero intento era fare il pizzaiolo. Subito dopo si è stravolto tutto: durante la laurea di mia sorella mi chiama il proprietario di Bicimania a Sassari, che voleva vedermi per una prova. Due giorni di prova ed ho ottenuto subito un contratto di lavoro. Sono andato a vivere da solo, un passo della mia vita di cui vado fiero, appena terminato il breve periodo di prova. Il lavoro lì è molto bello: si dice che se fai quello che ti piace non lavorerai mai un giorno nella tua vita. Il mio obbiettivo per il futuro è quello di diventare imprenditore, creare posti di lavoro, dare vita al mio business, cosa che farò quando sarà il tempo giusto ed avrò una formazione più completa. Devi avere un grosso budget alle spalle così da aprire un'azienda come vuoi tu, quando il tuo progetto è già realizzato ed hai tutte le carte in regola. Non prima.

Ci credi che il mio primo ricordo non è mio? Da quando ero bambino l'ho sempre in mente però non capisco da dove l'ho preso: mi ricordo che ero molto piccolo ma che vedendo me stesso scoprivo di essere un uomo primitivo. Qualcosa mi uccideva e di colpo tornavo nel mio corpo, è una cosa un po' distorta, difficile anche da spiegare. Il mio primo ricordo vero e proprio è quello lì: mi vedo come se stessi viaggiando nel tempo, mi ammazzano e mi ritrovo alla mia età.

Il mio colore preferito? Ne ho tanti in verità, forse quello che mi piace di più il verde. Non so, forse perché io di solito avevo un mantello verde e mia sorella un mantello blu, quando ci picchiavamo per gioco sul letto.

Di che cosa ho paura? Principalmente degli aghi, mi fanno morire, ma la mia paura più grande è quella del vuoto. Mi spaventa tantissimo e ricordo che da bambino ero l'unico ad avere difficoltà nel saltare anche da un gradino non troppo alto. Tornando agli aghi, anche solo parlandone per una manciata di minuti tendo a sbiancare. Quella forte che mi viene un po' di volte, son pensieri alla fine, è data dal fatto che mio padre ha avuto un tumore. L'idea che si possa ripresentare e il doverlo vedere in quelle condizioni lì ecco, quella è una delle altre paure, non legate a me ma agli altri. Vederlo in quello stato ti fa veramente tanto male. Quella è veramente paura.

Un'opera d'arte? Sarebbe un quadro, uno dei Tagli di Fontana. Mi ha sempre incuriosito ed interessato capire cosa ha fatto esattamente, prima di tagliare. Se c'è stata qualche operazione, una consuetudine, e come gli è venuta l'idea.

Come accennavo prima, sogno di diventare imprenditore, di costruirmi una famiglia, una bella casa e, come sogno più grande una volta sistemato, viaggiare per il mondo. Anche in quelle località che gli altri dicono essere brutte. Voglio andare dappertutto, ti fa crescere la mente.

Mi auguro salute e compagnia. Beh, la salute è la cosa principale nella vita, puoi anche avere pochi soldi ma basta essere in salute. Compagnia perché preferisco avere pochi amici ma fedeli, su cui contare. Avere un punto di riferimento.

Ad uno sconosciuto auguro di realizzare tutti i suoi sogni e di essere forte nei momenti difficili. È brutto vedere le persone soffrire, non mi piace per niente.

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