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Pasqualina, 86

 

Sono nata a Benetutti il quattordici ottobre del 1931. In famiglia eravamo tre figli maschi e quattro figlie femmine. I miei tre fratelli erano i più grandi, poi nacqui io, Giovannica e Maria Rita, che è morta da giovane. Mio padre si chiamava Pasqualino Sini e mia mamma Michela Cuccurazzo. Mio padre ha lavorato in un caseificio e mia mamma faceva la casalinga. Ricordo la cucina, il forno in cui facevamo pane e dolci per la pasqua.

Il primissimo ricordo, brutto, è di quando mi sono messa insieme ad un ragazzo che aveva problemi con l'alcol. Andavo a scuola dalle suore che accettavano le bambine sino alle elementari. Era bello stare con le suore, si imparava tanto. Si studiava l'italiano perché tra noi parlavamo il dialetto. A quel tempo non si andava tutti i giorni.

I miei colori preferiti sono il rosso, il celeste e il viola.

Paura? Proprio paura no, non ho paura di niente. Forse avevo più paura prima che adesso. Nella mia giovinezza c'erano le cose brutte che andavano accettate anche se c'era da lavorarci sopra per imparare. Ho imparato molto con mia madre che andava a fare il pane dalle cognate, in tutto il mese avevamo sempre le giornate per fare il pane, lavare le cose o andare al fiume a prendere l'acqua, perché pochi avevano l'acqua corrente in casa. Si andava nelle fontane pubbliche che avevano il lavatoio e una o due volte al mese, quando si dovevano lavare le lenzuola o le cose pesanti, si andava al fiume. Si macinava il grano al mulino, si portava nei canestri e si andava poi a ritirare la farina pronta da portare a casa. Durante la seconda guerra mondiale avevi i soldi ma mancavano le cose da comprare; erano imposte le razioni e si poteva macinare solo una certa quantità per persona. I carabinieri, a volte, ci permettevano di macinarne un po' di più. Il pane lo facevamo a casa, e in quel periodo di carenza ci è capitato di farlo con la crusca conservata per i maiali. Un canestro grande, una setacciata e tutto veniva preparato. Il giorno dopo si accendeva il forno per fare il pane di crusca, mangiandolo e piangendo. Mamma ne aveva una tina per il vino piena per ingrassare il maiale. Sembravano biscotti. Tra il 1943 ed il 1945 mi sono trasferita a Sassari, sono arrivata con una famiglia che abitava lì, e sono andata a stare da loro perché cercavano un aiuto in casa. Erano dei nobili di Benetutti. Mia mamma in principio non voleva lasciarmi andare via, poi ha ceduto. La moglie di mio fratello era la sorella di mio marito: quando sono andata a Sassari lui mi ha seguita ed è andato a lavorare a Porto Torres in campagna e cosi siamo andati avanti per un po'. Abbiamo cercato un terreno in affitto per mettere le mucche e ci siamo sposati non appena ha trovato il posto a Sassari come allevatore. Abbiamo trovato il terreno, abbiamo acquistato le mucche. Portavamo il latte alla latteria e poi lo consegnavamo a domicilio in bottiglia. Ciò che rimaneva diventava formaggio. Avevamo anche l'orto. Abbiamo acquistato la terra dopo un periodo in cui l'avevamo in affitto. Ricordo una volta in cui abbiamo preparato dei dolci e, lasciandoli riposare ci vennero rubati. Lui mi rispose che evidentemente, chi li aveva presi, ne aveva bisogno più di noi. Mio marito era giovane quando si è ammalato, cadeva in continuazione: “Sono caduto senza accorgermi.” Una volta, due volte, non era normale. Lo abbiamo detto al medico e sono stati fatti degli accertamenti sulle cause di questo continuo cadere; ha fatto un esame e quando mi hanno chiamata per i risultati, mi hanno detto che mio marito aveva un'atrofia al tessuto cerebrale. Ho risposto che non capivo cosa significasse e mi è stato chiesto se avessi mai visto il cervello di un animale: “Più di uno!” - è stata la mia risposta - “Ha visto il velo che lo circonda? Si restringerà sempre di più, precisamente nella parte posteriore, e lui perderà progressivamente la capacità di parlare e mangiare, consumandosi lentamente”.

La mia opera preferita è l'installazione artistica di Xu Bing dal titolo “A Book From The Sky”. Di fronte a questo libro, tutti sono uguali e non esiste alcuna differenza culturale. Questo artista opera con un linguaggio universale. Mi piace molto anche il suo progetto New English, dove scrive ideogrammi che in realtà nascondono caratteri dell'alfabeto latino che a loro volta formano parole in inglese.

Ho scritto varie poesie, ho sempre adorato scrivere. Scrivevo poesie a seconda della mia aspirazione, poesie belle e tristi. Mio nonno scriveva, era un improvvisatore.

Sogno la salute perché le persone ti restano vicine. Mio nonno era poliomielitico dalla nascita e ha fatto famiglia e portato avanti il suo negozio di generi alimentari. Teneva tutto nei sacchi: aveva la pasta corta e la pasta lunga, la gente andava ai sacchi e la si vendeva a peso. Senza camminare, trascinando una sedia senza ruote.

Ad uno sconosciuto non auguro un male, sempre un bene. Se questa persona ha una malattia o un malessere, non può camminare o non può parlare, di non venire abbandonato ma di essere aiutato. Io ho sempre aiutato nella mia gioventù, poi quando ho avuto bisogno io ho sempre avuto chi mi cercava, vicini e lontani. Nella vita se ne passano di tutte le maniere.

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