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Tonino, 62

 

Sono nato il primo gennaio del 1956 da un parto gemellare. Io e mio fratello siamo stati messi nell'incubatrice, io per un po' di tempo in più. Ho contratto una cataratta e da lì sono iniziati tutti i problemi: i medici sono intervenuti chirurgicamente e tra le varie operazioni, venticinque in tutto, c'è stata l'ustione del nervo ottico. Nel tempo si è venuto a sapere che quella cataratta non doveva essere toccata. In seguito ho frequentato l'asilo e le scuole elementari in un collegio, l'Istituto Ciechi di Sassari, ed anche le scuole medie, spostandomi poi a Firenze per il diploma di Massokinesifisioterapista. Alle scuole medie, quando avevo tra i tredici ed i quattordici anni, ho avuto un altro incidente. Al tempo conservavo un residuo piccolissimo di visus nell'occhio sinistro ed avevo una pupilla enorme come conseguenza dei vari interventi. Cercavo allora di arrangiarmi nel percepire la luce. Avevamo un calcio balilla grande al collegio e per vedere la pallina mi dovevo abbassare parecchio verso il tavolo da gioco, così durante una delle partite la pallina mi ha colpito la pupilla. Non ho la protesi perché non veniva tollerata. Dopo quell'incidente è venuta a mancare anche quella minima parte di acutezza visiva ma in fondo il fatto che vedessi le cose era una mia fissazione, era più per orientarmi nel gioco. Quella è stata una botta in più, un altro intervento ed un mese in ospedale perché queste cose sono lunghe. Dal 1972 al 1976 sono stato a Firenze ed in seguito ho iniziato la mia attività di fisioterapista. Nella mia carriera ho avuto molte soddisfazioni sia a livello umano che lavorativo, questo mi ha permesso anche di incontrare molte persone e di avere opportunità professionali nel settore sportivo, soprattutto nel calcio, dove ho potuto esercitare nei tornei di Serie D e Coppa Italia. Ho passato praticamente tutta l'infanzia in collegio, trascorrendo la vita con i miei compagni d'ombra. La scelta di andare in Toscana dopo il diploma era dovuta al voler allontanarmi dal vincolo di protezione della famiglia, troppo apprensiva per via dell'handicap. Il rapporto con i miei genitori – siamo una famiglia numerosa, sette figli - è sempre stato buono. Poca vita familiare ma venivano a visitarmi in collegio ogni quindici giorni. Gli unici momenti di vacanza erano il Natale e la Pasqua, parzialmente anche d'estate perché si andava in colonia tramite il collegio. Sono stato sempre parte del gruppo associativo dell'Unione Italiana Ciechi, ho ricoperto anche la carica di dirigente per un certo periodo. Ci siamo occupati di molte tematiche relative ai non vedenti. Poi, all'età di ventisei anni, mi sono sposato e ho formato la mia famiglia. Sono nati cinque figli: il più grande ha trentacinque anni ed il più piccolo venticinque. Siamo andati avanti con tutti i problemi delle famiglie di questo mondo, sono stato poco a casa perché lavoravo dalle sei del mattino sino alle undici di notte tra clienti privati e società sportive. Mi sono rapportato molto con la società esterna. Mia moglie l'ho conosciuta tramite la banda cittadina, avevo l'hobby del baracchino, anche lì si facevano riunioni tra i gruppi e così ho avuto l'opportunità di conoscerla.

Il primo ricordo è dell'asilo di Sennori. Alcuni dei bambini che giocavano a palla mentre io non potevo perché non vedente. Avevo tra i tre e i cinque anni. Diciamo questo, mio padre faceva il calzolaio e stava tutto il giorno in negozio, mia madre faceva la venditrice ambulante tra Sennori e Sassari così noi abbiamo vissuto in famiglia tra sorelle e fratelli più grandi. Ricordo anche il primo giorno che sono entrato in collegio, a sette anni, e che non volevo starci.

Non avendo mai visto non ho un colore preferito, io il colore lo ricavo dalle sensazioni degli altri: “Questo rosso ti sta bene” ed io lo indosso. Non scelgo io ma lo faccio in base alle opinioni degli altri.

Di cosa ho paura? Domanda mai fatta, praticamente di niente.

La mia opera preferita? Mi ricorderò sempre di Tre Uomini in una Barca, un romanzo che mi è rimasto molto impresso. Praticamente i protagonisti, bloccati in mezzo al mare, hanno dovuto fare di necessità virtù. Come si dice “il bisogno mette la vecchia a correre”, e loro hanno dovuto sopportare e supplire a tutto quello che gli mancava. Diciamo che l'ho fatta un po' mia questa cosa. Ho dovuto accontentarmi di ciò che avevo avendo comunque delle ambizioni e degli obbiettivi da conquistare. Mi piace la musica leggera e non disdegno la classica. Mi piace molto lo sport, lo seguo molto. Nel 1960, a Firenze, c'era molta integrazione sportiva per i non vedenti ed era possibile giocare a calcio con un pallone sonoro ed un campo adattato, con dei relè acustici installati nelle porte per orientarsi.

Vorrei soprattutto essere felice: vedere i miei figli crescere e avere successo e così i loro figli. Abbiamo appena comprato una casa in Inghilterra che restaureremo insieme.

Vorrei che i miei figli siano tutti sistemati, cose da padri insomma, una vecchiaia tranquilla e basta. Prima sognavo altro. Prima sognavo di arrivare, di ottenere notorietà. Ora mi conoscono in parecchi: ancora oggi ad otto anni dalla pensione mi fermano per strada, salutandomi e ricordandosi di me. Nel mio mestiere certa gente la prendi dal trauma e la rimetti in piedi, i tempi di guarigione sono lunghi ed ho seguito dei pazienti anche per un anno intero. Ricevi i loro malumori e le loro contentezze, affrontandole insieme. L'altro giorno dal medico qualcuno mi ha riconosciuto e salutato, altre volte sono stati dei pazienti che ho avuto venticinque anni fa o ex calciatori. Essendo un non vedente sono loro a doversi avvicinare a salutarmi e questo è una conquista. In effetti la cecità rispetto alla sua classificazione come peggior handicap a livello mondiale, pensando al non vedente rilegato in un angolino e a cui si porgeva tutto, le nostre conquiste nella società sono state enormi: ho compagni d'ombra che si sono fatti valere anche nell'insegnamento. Noi rispetto ad altri portatori di handicap siamo più liberi, perché con un bastone bianco ed un cane guida ci possiamo muovere. Ho avuto il cane guida per dieci anni ed ero completamente autonomo, sia in casa che fuori o a far la spesa. Ho lavorato per un anno a Verona vivendo da solo e sbrigando tutte le mie cose, dalla pulizia al cucinare. Tutt'oggi cucino spesso. Questo star fuori casa mi è servito parecchio e mi ha fatto maturare moltissimo, grazie al mio spirito avventuriero andavo in treno per tutta l'Italia, con il bastone ma senza il cane guida. Come a Verona anche nei quattro anni trascorsi a Firenze viaggiavo da solo. Ti devi muovere, ti devi svegliare perché nessuno ti regala niente. Non esiste il “Poverino, come fa?”. Quando mi hanno offerto una mano ho risposto di si per non deludere e per non fare il burbero, nonostante potessi benissimo farcela da solo. Questo succedeva soprattutto a Verona e Firenze, meno a Sassari.

Mi auguro una buona vecchiaia, nient'altro.

Ad uno sconosciuto auguro che si sappia conquistare una posizione nella società, chiunque esso sia.

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