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Celiné, 39

 

Sono nata a Bruxelles quasi quarant'anni fa, da una mamma fiamminga che non parla bene il fiammingo - ci sono tre lingue ufficiali in Belgio - e da padre Vallone che invece lo parla molto bene mentre a casa si parlava in francese. Siamo proprio una miscela. Ho due sorelle, siamo una famiglia soprattutto femminile, povero mio padre. Penso di aver avuto un infanzia abbastanza felice, con tutti i problemi che possono esserci. Da sempre sono molto diversa dagli altri e si vede da lontano dato che non ho capelli. All'inizio, quand'ero piccola, li lasciavo crescere sembrando spesso una paziente in chemioterapia. Tante cose, soprattutto durante l'infanzia, sono state influenzate da questo. Il momento più problematico si concretizzava nel primo impatto ma una volta conosciuta non suscitavo le stesse reazioni. Ad un certo punto, avevo circa tredici anni, ho iniziato ad interessarmi a ciò che riguardava il mondo del circo. Ricordo di aver detto a mia madre con grande entusiasmo, appena scoperta l'esistenza di una scuola per circensi, di voler prendervi parte. Ho iniziato a fare circo perché, almeno in Europa, all'interno delle sue cerchie esiste un profondo rispetto per l'altro ed essere diversi è sinonimo di bellezza. Ho deciso di voler fare quello nella vita. Da quel momento sino ai diciotto anni non apprezzavo particolarmente l'attività fisica, paradossalmente ho scelto una scuola di teatro basata sul corpo, con poco testo, che mi permettesse di mescolare le discipline che amo: il circo, la danza e il teatro. Questo mi ha portata a viaggiare molto e tra mille avventure a capitare qui in Sardegna. Sono arrivata dieci anni fa e durante uno spettacolo di strada ho incontrato il padre dei miei figli. Siamo stati prima una coppia “ryanair” diventando poi, per un periodo, una famiglia del medesimo tipo. Ho deciso di rimanere qui per i primi anni dei miei figli, farli studiare qui e fare la madre a tempo pieno.

Non so se sia il primo ma ricordo quello che dovrebbe essere il muro del giardino della prima casa in cui vivevo con i miei. Un muro fatto come di roccia su cui mi sembrava ci si potesse arrampicare. Un muro mai visto perché a Bruxelles tra un giardino e l'altro sono quasi tutte pareti lisce. Ricordo noi, tre sorelle che giocano in una piccola piscina. Avrò avuto tre o quattro anni.

Non so quale sia il mio colore preferito ma mi viene il rosso perché scommetto che tutti lo scelgono. Prima ero molto per il verde, adesso preferisco il blu. Non so perché il verde prima, forse per la speranza ma ora prediligo il blu perché lo associo alla decisione.

Sicuramente, da quando ho figli, ho paura di morire. Prima di meno. Forse di trovarmi da sola, di non farcela, una sensazione legata alla solitudine comunque. Anche deludere gli altri o me stessa, penso di investire inconsciamente troppa energia per essere sicura di non sbagliare. Soffro della “Syndrome de la bonne élève”. Si, direi che la paura dell'abbandono è forse più grande. La differenza che ho notato è che, prima dei miei figli, uno spettacolo che andava male era per me una tragedia. Adesso no.

Un'opera? Mi è venuto “Le Petit Prince” come prima scelta perché è un libro che mi ha parlato in ogni momento della vita. Lo ha fatto quando avevo otto anni, da adolescente, da giovane adulta, da neo mamma e continua a farlo ancora adesso. Ogni volta che lo leggo percepisco che è una filosofia alla mia portata. Sicuramente anche il fatto che parla con un linguaggio molto “bambino”, direi naïf. Ti fa ragionare come lo fanno i bambini e sono convinta che tutti, in fondo, siamo bambini persi nel mondo. Da poco ho avuto un'illuminazione leggendo il passaggio in cui il piccolo principe chiede al re di comandare il sole e di farlo tramontare tante volte. Lui con gran calma gli risponde che chiedere ai propri sudditi qualcosa che non ti possono offrire farebbe di me un cattivo re. Lo vedo molto con i miei figli quando chiedo qualcosa di semplice come spegnere una luce, accorgendomi che quello schema mentale è ancora fuori dalla loro dimensione. Ti aiuta a smettere di sperare che qualcuno cambi e chiedere le cose giuste alle persone. Si parla di tutto, di vita, di morte, dell'amore e delle relazioni tra le persone.

Cosa sogno? Sicuramente di viaggiare, forse di essere un pochino una tartaruga per spostarmi con una casetta sulle spalle che posso appoggiare per muovermi, ogni tanto, più agilmente. Di vivere con altre persone, con generazioni diverse e persone se possibile molto diverse ma allo stesso tempo che la pensino un po' come me. Che i miei figli diventino le persone più meravigliose del mondo e dell'universo, tutto questo senza difficoltà. Anche fare uno spettacolo da sola con tante repliche, tante belle e tante brutte. Magari non troppo brutte.

Mi auguro equilibrio. Equilibro e armonia.

Ad uno sconosciuto auguro invece di fidarsi di se stesso.

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